Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post

lunedì 31 luglio 2023

Diario di un Real Estate Novelist


Tutto è nato qui, ormai più di dieci anni fa, considerando che sto scrivendo queste righe nel 2023.
Da allora ho solo cambiato nom de plume, scegliendo quello di Giovanni Solberg.
Alcuni dei racconti che ho scritto su questo blog sono diventati parte del romanzo breve Diario di un Real Estate Novelist. Titolo chiaramente ispirato ad un vecchio pezzo di Billy Joel, Piano Man (1973).

Un burnout, il crollo del mercato immobiliare agli inizi degli  anni dieci del ventunesimo secolo e un abbozzo di crisi esistenziale: la  collisione tra questi elementi ha generato ottantotto racconti brevi, ironici, malinconici, surreali, pagine di un diario/romanzo scritto nell’arco di cinque anni da un agente immobiliare quasi per caso.

Immaginate una  agenzia di provincia a cavallo tra la Lombardia e l'Emilia Romagna.  Adesso immaginate clienti strambi, case raccapriccianti, colleghi  inqualificabili, bestemmie (censurate), risate, amicizie imprevedibili,  dildi enormi, cani spaventosi, notti insonni, notai stravaganti e  Spritz. Se ci siete riusciti, vi siete fatti un idea di cosa troverete  tra le pagine di questo romanzo.

Tutto quello che leggerete è  tratto da esperienze realmente vissute, e "solo i nomi sono stati  cambiati per proteggere gli innocenti." Easattamente come in Dragnet  (1951).

Il romanzo è interamente pubblicato sul sito ufficiale https://realestatenovelist.ink/, ma acquistabile anche su Amazon in versione cartacea o eBook: https://www.amazon.it/dp/B0C2SM64ZN
Gratis per chi ha Kindle Unlimited.


domenica 24 marzo 2013

William Gibson, Philip K. Dick e George Orwell in musica

Ritengo da sempre i Fear Factory la cruda e violenta trasposizione sonora delle visioni di William Gibson e di P.K. Dick.
Carne e acciaio, fili elettrici e reti neuronali, controllo delle masse, distopia, schermi a fosfori verdi che sparano sequenze di codice in linguaggio macchina in stanze buie, piogge velenose e città oppresse dal caos, dalla violenza e da notti che non finiscono.



Edgecrusher - Fear Factory
Conceived in a hell beyond your depth of perception
Chaotic case of conquering domination
Psychopath snaps fired chains of imprisonment
A bludgeoning force that's undermining the government

Inflict strain upon the structure
Collapsing below my pressure
Inflict strain upon the structure
Collapsing below my pressure

Break of the edgecrusher...

The purist, non-conformist, jaded subhuman terrorist
From flesh to steel and blood to blade I fight to exist
A rival of justice, extreme rush of hatred
Survival in a twisted world where nothing is sacred

Inflict strain upon the structure
Collapsing below my pressure
Inflict strain upon the structure
Collapsing below my pressure

Break of the edgecrusher...

lunedì 28 gennaio 2013

Service and repair (di amore, sesso e alberi spogli sotto la neve)

La tua mano abbandonata sul mio petto, ti guardo dormire. Vorrei appoggiare le mie labbra sulle tue ma ho paura di svegliarti. Non so se è stato sesso, o se è stato amore, o qualcosa che sta tra le due cose. So che mi mancherai quando sarai andata, e questo qualche indizio me lo da. Sarà lo stesso per te?

Forse tra un mese, o tra un anno, tornerai, e sai che ti aprirò la porta. O forse tra queste lenzuola ci sarà un'altra, ma saprò amarla? Dico amarla come amavo mille errori e mille tagli fa, quando letteralmente mi cibavo del respiro e dei sorrisi di chi stava al mio fianco.

Mi sento un po' come un albero coperto di neve, quando arriva la pioggia. Il manto bianco si sfalda e cade a brandelli sulla terra, e mi piacerebbe vedere dei germogli verdi su quei rami finalmente nudi. Però i rami sono neri e secchi, e ho un po' paura che non siano più in grado di germogliare.

Ma forse è solo perchè ho la febbre e non sto bene e fuori il tempo è fetido.
Forse mi serve solo una giornata di sole.

"Doesn't take much time for plans to go wrong
And chase another ghost of a chance"


domenica 25 novembre 2012

Nebbia e baci

Due sconosciuti. Forse non avremmo dovuto farlo, o forse io non avrei dovuto farlo. Ma hai voluto sederti di fianco a me, hai voluto studiarmi, e non hai mollato l'osso fino a quando hai fatto cadere l'impalcatura della mia indifferenza artefatta.
Forse volevi solo giocare, o forse no e semplicemente non sapevi neppure tu fino a che punto avresti voluto spingerti. Eri già addosso a me, nella penombra di quella stanza. Anche li, continuavi a studiarmi. Piccoli bagliori di luce riflessa sui tuoi occhi, e il profumo della tua pelle. Ti ho sorriso e forse è stato questo a sciogliere gli ultimi residui di imbarazzo e di resistenza. Le tue mani tra i miei capelli e la tua bocca sulla mia, ti tengo stretta e ti accarezzo la pelle della schiena, che si inarca sotto la camicia. Cerchi la mia mano con la tua, intrecci le dita, stringi forte e ti abbandoni sul mio petto sospirando. Non abbiamo altro tempo, e lo sappiamo. Torni dalle tue amiche, io dai miei amici che mi chiedono dov'ero finito. Non si sono accorti di niente.

Fuori c'è la nebbia, una nebbia fittissima. Ha un buon profumo, che si mescola al profumo di lei ancora sui miei vestiti.

lunedì 15 ottobre 2012

Vento teso

Il tendone è gremito, non l'ho mai visto così pieno. Un mago gonfia palloncini, li annoda e li regala ai bambini che poi corrono via per le corsie, zizagando tra gli inservienti e gruppi di amici, fidanzati e famiglie alla ricerca di un posto libero. Il risotto è ottimo, e costa solo 5 euro al piatto. Vino e birra a due euro, liquore a un euro. Sorrido amaramente pensando che se questa sagra l'avesse organizzata la caritas, non avrebbe saputo fare un lavoro migliore.

Fuori l'aria è fresca, il vento teso odora di pioggia in arrivo. Mi fermo di fronte ad una casetta in legno dove vengono servite grappe aromatizzate e ne assaggio una. Mentre il mio amico mi parla, osservo gli stand davanti all'ingresso. Piccoli artigiani, un falegname, un salumificio, un negozio di dolci, un mercatino dell'usato. Allestimenti modesti, pochi clienti, e sorrisi un po' tirati e stanchi.

Ci muoviamo verso le giostre, una ragazza mezza zingara mi sorride distrattamente al di la del bancone del tiro a segno. Il calcinculo gira forte, mentre musica dozzinale viene sparata ad alto volume tra le luci intermittenti che sembrano venire da un'altra epoca. I seggiolini sono vuoti. Due ragazzi rumeni si sfidano al tirapugni, SBAM,  e le loro fidanzate ridono ad ogni colpo. Tute adidas e capelli rasati all'ultima moda, giacche scamosciate, dentature approssimative.

La bimba vuole andare sui tappeti elastici, il mio amico le sorride e acconsente. La separazione dalla moglie è stata un duro colpo, ma l'ha superata bene. E ama sua figlia alla follia. Il grassone nel box di lamiera rossa intasca cinque euro, toglie il sigaro di bocca e biascica "vale per dieci minuti" attraverso una nuvola di fumo puzzolente.
La bimba mi chiede se posso tenerle la scimmietta di peluche mentre si lancia sui tappeti.  I capelli biondo scuro ondeggiano mentre ride e saltella sotto una luce livida e volgare . Nessun bambino dovrebbe giocare sotto una luce come questa.

Ci salutiamo e raggiungo l'auto.

Passo davanti la stazione dei treni, gruppi di ragazzi ciondolano ubriachi da un kebab bar all'altro, e attraversano pericolosamente la strada senza neppure guardare. Auto scassate in doppia fila, schiamazzi. Un centro massaggi cinese ancora aperto di fianco a una pizza al taglio, gestita probabilmente dagli stessi titolari. "Massaggio, pompino e una malghelita signole, selvizio completo pel i nostli clienti!"
Penso a com'era una volta, a com'era tutto, e rabbia e tristezza spingono sull'acceleratore al posto mio per farmi andare via al più presto da li.
Fuori dalla città passo vicino ad alcune pompe di benzina. Una, due, tre auto in fila per il self service alle undici di sera, per risparmiare due euro a pieno. Anche solo due anni fa, sarebbe sembrata una scena surreale.

Pochi minuti ancora, e arrivo al mio paesino popolato da redneck, motociclisti e accaniti giocatori di carte. A un quarto d'ora dalla città, in aperta campagna, qui l'odore della decadenza non si sente... ancora, per ora, mi sento costretto ad aggiungere. Salgo le scale, entro a casa mia e mi chiudo la porta alle spalle. Sento i nervi tesi sciogliersi un po'.

Prendo un libro, vado in bagno e abbasso jeans e boxer mentre mi siedo sul wc.
L'occhio mi cade sull'etichetta all'interno dei pantaloni. W(34) Blake.
Va beh, saranno anche solo taglia e modello, ma vista la serata sempre meglio Blake che non so, Baudelaire.

The heavy - The lonesome road

mercoledì 5 settembre 2012

8 Istantanee

Istantanea #1
Uccelli candidi  volano sullo sfondo di un cielo grigio come il piombo, gonfio di acqua. Si riflettono sul lago scuro, la superficie calma puntellata di fiori di loto. Quiete innaturale. Oltre le cime degli alberi, si intravedono gli alti camini del complesso petrolchimico. Brillano illuminati da alcuni raggi di sole, gli ultimi rimasti. Per una frazione di secondo penso che sembrano quasi belli.

Istantanea #2
Tre donne, sedute ad un tavolo al bar. Mamma, nonna, figlia. Abbronzate, truccate, con voluminose capigliature e voluminosa bigiotteria al collo, ai polsi, alle caviglie. Vestite con variazioni sul tema del medesimo tubino, colori sgargianti. Giallo, verde smeraldo, arancio. Occhi fissi sul tavolo, non si guardano, e quasi non parlano. Una moneta tra indice e pollice, e un plico di gratta-e-vinci alto come un bloc notes davanti ad ognuna di loro. I gioielli di plastica brillavano sulla loro pelle abbronzata e vecchia, anche quella della ragazza.

Istantanea #3
A.S.L., commissione patenti. Le poltrone della grande sala d'aspetto sono tutte occupate. Di fronte a me, tre personaggi appoggiati ad un muro. Mancano solo le linee orizzontali alle loro spalle e sembrerebbero gli indiziati in un confronto all'americana. Un culturista sui 45 anni, enorme,  vestito come un giocatore di basket. Posa da bodyguard. Al suo fianco, uno smilzo in nero, carnagione olivastra, faccia rovinata, piena di buchi, occhi neri come i capelli, tirati all'indietro e lucidi di brillantina. Sembra un mafioso da film anni sessanta. Il terzo è un prete. Sgrana un rosario lentamente e ogni tanto guarda la porta dell'ufficio, in apprensione. Quando arriverà il suo turno?

Istantanea #4
Mattina, i raggi di un sole ancora basso all'orizzonte filtrano attraverso i rami dei tigli. Su un campo appena arato, vedo un trattore che attraversa in velocità la distesa bruna in diagonale, travolgendo così ogni regola, ogni consuetudine. Vivo da sempre in campagna, e non ho mai visto un trattore muoversi su linee che non fossero longitudinali o trasversali . Vedere questo trattore infrangere le regole - quasi divertito- scorrazzando su quel campo perfettamente arato, mi ha messo di buon umore.

Istantanea #5
Una frazione di secondo. Cielo azzurro e nuvole, il sole bagna la curva dolce di quel seno, intuisco il  capezzolo, immagino la mia mano che lo accarezza, i battiti del cuore aumentano e mi si stringe la gola, mi giro dall'altra parte per non fare figuracce. Con la coda dell'occhio mi illudo di aver visto un abbozzo di sorriso, ma non lo saprò mai.

Istantanea #6

L'autostrada, trafficata fino a pochi minuti prima, dentro quel tunnel sembra essersi  svuotata, e viaggio da solo nella corsia centrale. Mi avvicino in velocità alla grande bocca di uscita della galleria, rettangolare e incorniciata da enormi pannelli di metallo  color ruggine. Fuori dal tunnel la pioggia cade fitta, verticale, un muro d'acqua monolitico e scintillante, mi preparo al tuffo quasi trattenendo il fiato.

Istantanea #7
Cena con amici sul lago di Garda. Al tavolo di fronte stanno festeggiando un compleanno, ragazzi e ragazze giovani ridono e scherzano e bevono in onore del festeggiato. Un signore sulla cinquantina, indiano, se ne sta in piedi li vicino. Ha una borsa di plastica piena di rose e sorride anche lui assieme ai festeggiati. Ma nessuno lo vede, e io mi sento male, e butto giù tutto il liquore che ho nel bicchiere, nella speranza che il  calore in mezzo al petto mi impedisca di piangere anche una sola lacrima.

Istantanea #8
Sto camminando lungo un viale alberato, quando incrocio una ragazza che sta facendo jogging. Mi passa  vicino, e vengo inondato dalla fragranza del suo profumo. E' il profumo che usava mia nonna, quando ero piccolo. Un profumo buono, che non sentivo da almeno venticinque anni, che mi ha riportato alla vecchia casa, ai lego, al vestito di lana leggera di mia nonna, quello grigio col motivo di auto da corsa rosse stilizzate, alle bistecche di manzo cotte in acqua e olio, al tavolo di formica rosso, alla piccola cucina in smalto bianco.
Sono stato tentato di rincorrere la ragazza e chiederle che profumo fosse, ma era già lontana, aveva gli auricolari del lettore mp3, e il ricordo stava già svanendo.



Scrivere non è quasi mai semplice. Non per me, almeno. La prima parte del lavoro consiste nel lavorare il blocco marmoreo dell'idea per dargli un abbozzo di forma. Poi, una volta ottenuto il soggetto grezzo, si procede rifinendo per  limature, aggiunte, tagli netti e piccole incisioni. Lo sto facendo anche in questo momento, che credete? Un lavoro lungo, a volte mi dico anche esageratamente lungo rispetto alla lunghezza di quello che scrivo, ma non riesco ad evitarlo. Una sfiancante ricerca di "equilibrio", tra le cose dette e quelle solo suggerite, tra immagini e significato.

Ma per fare questo serve energia, e visto che ultimamente ne sono sprovvisto, in questo post mi sono limitato a fissare istantanee di momenti che ho vissuto e che in qualche modo avrei voluto immortalare, fosse stato possibile, con una macchina fotografica. Conoscessi la differenza tra lunghezza focale e apertura, sarebbero venute foto forse non degne della Magnum, ma credo belle foto...

sabato 18 agosto 2012

Alba

Io coricato, e tu sopra di me. Il busto eretto. I capelli -lunghi- scendono sulle spalle. Hai gli occhi chiusi, e ti mordi le labbra mentre accarezzo i tuoi seni, meravigliosi e pieni. Li stringo piano, e sfioro i tuoi capezzoli rosa. Dio, la tua bellezza mi travolge. Le mie mani scivolano sulla pelle chiara, le lascio scorrere sulla tua schiena, che si inarca lievemente mentre ti inchini verso di me. Sfiori le mie labbra con il capezzolo destro, lo mordo, ti sento rabbrividire. Cerco le tue labbra, la tua lingua, e finalmente ti bacio.

Ma non succederà mai.

Poi, mi sono svegliato. Era l'alba. E sono andato a farmi un caffè.

p.s: Ieri sera ho cenato con due pesche e una redbull, devo segnarmi la ricetta.

sabato 23 giugno 2012

L'onironauta

Il casco che ho in mano è nero, ha una finitura satinata, la visiera scura. La moto è sportiva ma non esasperata nelle linee... è arancione, probabilmente giapponese, 4 cilindri, a occhio da 200 cc l'uno. Salgo, accendo il motore premendo un pulsante e avverto una pacata aggressività nascosta tra le pieghe di quel suono pastoso, baritonale e accomodante. Non riesco a ricordarmi quando ho preso la patente, non so neppure se quella moto è mia o meno, ma non importa. Scendo verso la strada, allontanandomi dal muro bianco di recinzione di una grande villa. Oltre quel muro, enormi alberi proiettano la loro ombra sull'asfalto. Il colore delle foglie e la forma dei rami suggerisce che potrebbero essere ulivi, ma sono altissimi e più slanciati. Fa caldo, ingrano la prima marcia e sento il vento caldo avvolgermi. Accelero, la strada è sgombra e l'asfalto è nero e liscio. Le curve sono docili, i pendii delle colline dolci e io assaporo ogni piega dosando la giusta quantità di gas, mai esagerando, godendomi lo spettacolo del cielo azzurro che filtra tra i rami degli alberi e il profumo delle foglie che si intrufola nel casco.

Diventa improvvisamente sera, cade addosso al sogno come un pesante drappo di velluto blu scuro, e mi trovo a bordo della mia auto. E' ancora nuova, come 10 anni fa, e sto guidando su una delle vie principali della città, semideserta. Cerco di andare piano, ma l'auto continua accellerare come un cavallo imbizzarrito, e io provo a controllarla giocando con lo sterzo e con il cambio, ma finisco ogni volta contro un muro. Gli schianti sono violenti, rumore di lamiere piegate, vetri infranti e schegge di muro che picchiettano sul parabrezza. Ogni volta prendo fiato, faccio una piccola retromarcia, e provo a rimettermi in strada, prestando la massima attenzione alla pressione del mio piede sul pedale.
L'illusione di governare finalmente l'auto dura solo pochi secondi: il motore sale ancora di giri, vertiginosamente, io provo a lasciare il pedale ma è tardi e di nuovo uno schianto, questa volta sul lato opposto della strada. E ancora, e ancora, prima a destra, poi a sinistra. Io non sono ferito, non sento dolore, ma il mix di frustrazione e rabbia e impotenza per non riuscire a tenere l'auto in strada è soverchiante.

La città finisce, e l'auto sembra tornata ad essere docile. Guido su una strada di campagna che ho percorso mille volte, ma i pioppeti ora sono mangrovie. La luna nel cielo è piena e illumina l'asfalto lucido, tanto che potrei quasi guidare a fari spenti. C'è un ponte che passa sopra un canale di irrigazione, una sorta di piccolo fiumiciattolo dove da piccolo andavo a pescare assieme al mio più grande amico. E' scomparso quando aveva solo 20 anni, e ogni volta che attraverso quel ponte penso a lui.
Di fianco al ponte, prima dell'inizio della foresta di mangrovie, c'è una bettola con un grande portico sul fronte, illuminato da insegne al neon colorate. Ceres, Bacardi, Corona, Marlboro, i colori vibrano nella notte. Grossi insetti svolazzano e si friggono dentro un'enorme trappola elettrica, emettendo scariche blu. Entro. Dietro il bancone un gigante di colore sta pulendo alcuni bicchieri. Cammino sulle assi di legno. Una ragazza mulatta è seduta su uno sgabello, il gomito appoggiato vicino ad un bicchiere. Mi invita a sedere accanto a lei. Dal bicchiere esce un vapore lattiginoso che mi ricorda da vicino le finte pozioni di Zio Tibia, effetti speciali da film di serie B. Le chiedo cos'è quell'intruglio, mi risponde che è Kleren. Ne ordina uno anche per me, lo bevo. Il sapore è buono, dolce e non troppo alcolico, ma la testa inizia a girare. Non tanto, solo un po'. Allunga la mano e la appoggia sul mio ginocchio. I jeans sono sporchi di sangue, forse è il mio. Forse non mi sono accorto che nell'incidente in auto in realtà...
La ragazza ha occhi verdi bellissimi, mi chiede se mi va di divertirmi. Appoggio la mia mano sulla sua e la ringrazio per l'offerta, ma ora devo andare. Dove vai, mi chiede, sta con me. Ma mi sono già alzato... pago l'intruglio con alcune monete enormi, sembrano dobloni, ed esco.
Salgo nell'auto, che ora sembra non aver mai avuto incidenti, lucida come appena uscita dalla concessionaria. Vi si riflettono sia la luna che le insegne del locale. Un enorme granchio, con un corpo del diametro di almeno trenta centimetri e zampe e chele lunghissime è aggrappato alla maniglia e si muove lento, con piccoli scatti tipici di quelle creature che ho sempre trovato vagamente aliene. E' rosso scuro sopra, biancastro sotto. L'idea di toccarlo con le mani per spostarlo da li mi da il voltastomaco, e sento il sapore di quel liquore voodoo risalire dalle viscere. Provo coi piedi ma non riesco, poi con un ramo strappato alla mangrovia più vicina. Ci si aggrappa, lo lancio a qualche metro di distanza. Che schifo. Finalmente salgo in auto.
Squilla il telefono, mi chiedo chi possa essere a quest'ora della notte. Quando lo prendo in mano, la chiamata è già stata accettata. E' una videochiamata, vedo il fondo di una stanza. L'inquadratura è dal basso. C'è una pianta sulla sinistra, e una abat-jour sul fondo diffonde una calda luce ambrata. La ragazza entra nell'obbiettivo, sembra stia sorridendo ma non ne sono sicuro... si sta spogliando, forse va a farsi un bagno o una doccia. Intravedo il seno, si accarezza piano. Poi lo stringe, con più forza, facendo scivolare le dita sui capezzoli. Non so se chiudere o meno la chiamata. La conosco? Credo di si. Anzi, decisamente si... Se non sta facendo apposta non è leale, dovrei forse avvertirla, chiudere subito la chiamata e... ma è bellissima.
Con la coda dell'occhio noto un movimento sotto il portico del locale. Appoggiato allo stipite della porta c'è l'enorme barista, le braccia muscolose incrociate sul petto. La parte inferiore del suo corpo è ancora umana, mentre quella superiore ora è.. un pesce. Mi osserva, o così mi pare, dai due enormi pozzi neri, inespressivi ma allo stesso tempo placidi, che sono i suoi occhi.
Esce anche la bella mulatta, sta fumando una sigaretta. Si appoggia all'altro stipite, un rapido cenno di intesa con l'uomo pesce, e poi si gira verso di me. Con la mano libera solleva un altro bicchiere di quell'intruglio, come a brindare alla mia salute, e mi fa l'occhiolino.  Il fumo del kleren le scende lungo il braccio, lo seguo con lo sguardo, si dissolve poco prima di toccare le logore assi del pavimento.
Sento una risata divertita, dal suono cristallino. Viene dal telefono. Riesco a vedere per una frazione di secondo la ragazza, ancora nuda, in ginocchio davanti alla telecamera. La sua mano si avvicina all'obbiettivo, clic, nero, è ora di svegliarsi.


giovedì 26 aprile 2012

Distorsioni [Müller-Thurgau & sogni]

Ora di pranzo, esco da casa dei miei per tornare al lavoro, dopo essermi scolato quasi senza accorgermene mezza bottiglia di vino bianco. La testa mi gira, ma è una sensazione piacevole, di benessere diffuso che si irradia dallo stomaco fino alle estremità degli arti. Nessuna voglia di salire in auto, nessuna voglia di accedere il motore e rimettermi in strada per ficcarmi di nuovo in quell'ufficio. Fa caldo e mi tolgo la giacca mentre con una mano cerco le chiavi.
Di fronte a me vedo di nuovo casa mia. Come in un gioco di specchi, quello che credevo essermi lasciato alle spalle me lo ritrovo davanti. Mi giro, e la casa è ancora li, quindi quella che ho davanti deve essere qualcos'altro. Seguo il sentiero di porfido che taglia in due il giardino rigoglioso, attraverso il porticato della nuova casa ed entro.

Dovrei trovarmi in soggiorno, e invece quella che vedo davanti a me è una grande stanza a pianta rettangolare, col pavimento fatto di logore assi di legno, pressochè vuota e immersa nella penombra afosa del pomeriggio. Le imposte semichiuse lasciano entrare pochi raggi leggermente polverosi che si posano sul corpo di lei. Coricata su quello che sembra essere un divano senza schienale o forse un letto moderno, le lunghe gambe rivolte verso l'ingresso e verso di me. Dorme, e non indossa nulla fuorchè una sottile collana che pare d'argento. Brilla dei riflessi del sole. Mi avvicino facendo piano, più piano che posso. Osservo le labbra semichiuse, quasi un sorriso, il seno pieno, ben tornito, i capezzoli rosa, il suo respiro tranquillo, il sesso liscio e curato tra le gambe lievemente aperte. Il cuore inizia a battere più forte e l'eccitazione aumenta assieme al desiderio di baciare quella pelle di sentire il suo sapore sulle mie labbra. Mi rendo conto di essere nudo al suo fianco, e in quel momento - come se fosse in dormiveglia - la sua mano inizia ad accarezzarmi piano la gamba, salendo fino a stringermi dolcemente per avvicinarmi a lei. Amore o puro desiderio... i miei sensi e i miei sentimenti sono totalmente obnubilati, non so più distinguere i confini tra l'oceano in tempesta e la terraferma, e forse non voglio. Voglio solo vivere ogni singolo miliardesimo di secondo di questa cosa, correndo il rischio di schiantarmi sulla scogliera.

La stanza ora è vuota, sono di nuovo vestito e lei è scomparsa. La luce che penetra dalla porta d'ingresso è abbacinante, sento un rombo d'aerei in lontananza. Un rombo cupo, pesante, di cargo che volano bassi. Esco nel giardino e guardo nel cielo azzurro e senza nuvole, le carlinghe e i motori ad elica degli Hercules luccicano nel sole diretti a Nord. Sono tanti, quindici forse venti, e volano in formazione perfetta, lenti come enormi tartarughe d'aria. Più in alto, sfrecciano uno dopo l'altro tre velocissimi caccia, disegnando scie bianche alle loro spalle che poco a poco si dissolvono lasciando solo l'eco del feroce fischio dei reattori. Sta per succedere qualcosa di drammatico e al telegiornale non hanno detto niente. Non ne sapevano nulla? O l'hanno fatto per non scatenare crisi isteriche e panico nella popolazione?

Davanti ai miei occhi vedo la barchetta di carta che ho fatto qualche giorno fa, quella con scritto Titanic sulla fiancata. Come in un film in stop motion di Tim Burton, dal ponte si lanciano nel mare immaginario tanti piccoli omini stilizzati, disegnati con la biro blu sul fianco della barca. Che strano, volevo disegnarli davvero ma non l'ho fatto... gentile il mio cervello a prendere l'iniziativa. E li ha anche animati.

Mi siedo nel giardino di casa, con la barca di carta tra le mani mentre gli aerei sopra di me contunuano a solcare il blu. Davanti a me, nel prato, c'è qualcosa di lucido, cheratinoso e viscido che si muove...  sono insetti, una brulicante onda fatta di vermi, formiche, ragni e coleotteri avanza nella mia direzione. Siete venuti per me ragazzi? E' già ora di portarmi di sotto? Il primo verme inizia a salire sulla scarpa. Ok accomodatevi, ma fate avere questa barchetta ai miei. Non è un gran che, ma pur sempre un ricordo.
Forza, fate quello che dovete fare, tanto avevo finito.

[Strani, certi sogni pomeridiani]


Edna Million in a drop dead suit
Dutch pink on a downtown train
Two dollar pistol but the gun won't shoot

I'm in the corner in the pouring rain
16 men on a deadman's chest
And I've been drinking from a broken cup
2 pairs of pants and a mohair vest
I'm full of bourbon; I can't stand up.

Bloody fingers on a purple knife
A flamingo drinking from a cocktail glass
I'm on the lawn with someone else's wife
Come admire the view from up on top of the mast

Hey little bird, fly away home
Your house is on fire; your children are alone


domenica 29 gennaio 2012

Il risveglio del signorino Derek [racconto]

Camera da letto, penombra, la luce grigia filtra dalle imposte di legno.

Gli occhi semichiusi, la voce ancora impastata dal sonno "Alfred, ALFRED!"
Alfred arriva dopo alcuni secondi, e si piazza vicino alla porta, dove sembra essere sempre stato.
"Buongiorno e ben svegliato, signorino Derek. Cosa posso fare?"
"La colazione Alfred, ho bisogno di un caffè caldo e..."
"Colazione? Ma signorino Derek" (consulta l'orologio da taschino) "sono le 14, è pomeriggio fatto!"
"Dici sul serio?" chiede Derek, aprendo meglio un occhio e osservando il maggiordomo, in piedi a pochi metri dal suo letto.
"Ha fatto le ore piccole anche stanotte eh signorino? Come si chiamava la ragazza, questa volta?" Alfred sorride impercettibilmente.
"Mi prendi in giro? Nessuna ragazza, lo sai, sei tu che controlli chi entra e chi esce da questa casa!"
"Oh, è che vedevo tutto il letto sfatto, il cuscino per terra... poteva sempre averla fatta salire dalla finestra sul retro, chi può dirlo."
"Sei pazzo. E' stata una notte agitata, non ho dormito bene... forse la ragazza me la sono anche sognata ma se così fosse non me lo ricordo."
Alfred osserva il mozzicone di sigaro spento in un bicchiere da brandy "Sa, ho letto giusto ieri su una -mi dicono prestigiosa- rivista di scienza che recenti studi stanno dimostrando che il fumo nuoce alla memoria, sia a breve che a lungo termine..."
"Non farmi la paternale Alfred, lo sai che praticamente non fumo." ribatte Derek cercando di mettersi a sedere.
"Suo padre non ha mai fumato, e non credo che..."
"Si, non ha mai fumato ed è morto divorato da un leone nel '28 quindi non venirmi a farmi la morale sui pericoli del fumo, sono peggio i pericoli della savana."
"Certo signorino, inattaccabile osservazione, in effetti" risponde con mellifluo sarcasmo.
Dopo alcuni secondi di silenzio
"Alfred, avevamo ospiti questa sera?"
"Si signorino, non ricorda? Il signore e la signora Chevapravatdaryan, i nostri nuovi vicini."
"Ah si, gli indiani giusto?"
"Suppongo di si, signorino. Anche se dignitari delle Indie sarebbe più consono, se posso permettermi. E, so che non sarebbe necessario, ma mi consenta di ricordarle che eventuali dissacranti battute su elefanti, Gange e mucche sacre potrebbero risultare fuori luogo."
"Naturalmente Alfred, naturalmente..."
"Quindi vuole che le mandi Mathilda per discutere del menù?"
"No Alfred, ci ho ripensato. Voglio starmene in pace da solo questa sera, manda un telegramma ai signori Chevaeccetera e avvertili che il signor Derek è desolato, ma  è costretto a rimandare a causa di un acuto attacco di febbre gialla."
"Certo signorino Derek, provvederò personalmente. Scrivo davvero febbre gialla?"
"Si, febbre gialla. Con pustole."
"Daccordo, con pustole. Le porto la vestaglia?"
"No Alfred grazie, faccio da solo. Ho solo bisogno di una doccia bollente, poi mi ritirerò nello studio e mi raccomando, non intendo essere disturbato fino ad ora di cena."
"Certamente, nello studio. Avvertirò la servitù di non disturbarla. Tuttavia..."
"Tuttavia Alfred?"
"Potrebbe anche andare a tirare qualche pugno ben assestato al sacco di cuoio che abbiamo nella palestra, quello che suo padre usava per allenarsi. Era un valente pugilatore, per quanto a livello squisitamente amatoriale."
"Magari un altro giorno eh Alfred?"
"Oppure... non pensa che una bella nuotata nella piscina potrebbe giovarle?"
"Dimentichi che non so nuotare. Vuoi vedermi morto?"
"Può imparare, sarebbe una bellissima cosa."
"Già. Oppure posso starmene chiuso nel mio studio a..."
"Si si certo, il calcolatore. Stupefacente, mirabile macchina. Peccato che..."
"....che?" Rispose Derek, sapendo dove sarebbe andato a parare l'anziano maggiordomo.
"Ecco signorino, pensavo... forse dovrebbe uscire di qui, fare una passeggiata al villaggio, incontrare persone. Ho sentito che danno una festa di primavera, o qualcosa del genere."
"Alfred, ti ringrazio ma UNO non ho voglia di vedere gente, e DUE ho ancor meno voglia di uscire di qui."
"Pensavo che nello stemma della sua famiglia potremmo aggiungere un nuovo animale, signorino."
"Fammi indovinare, l'orso?"
Alfred sorride "Sempre perspicace, ma ammetto che questa era facile. Mi perdoni signorino, ma le parlo in questo modo franco perchè non mi piace vederla così. Si sta crogiolando in una stanca autoindulgenza che non le fa onore, e lo sa. Devo forse ricordarle cosa successe al povero zio Carl?"
"Anche no Alfred."
"Lo ricordo ancora come fosse successo ieri. La battuta di caccia alla volpe, lui che si issa a fatica sul cavallo, con quell'enorme deretano ingigantito da anni di ozio e cattive abitudini. Mi saluta gioviale come sempre, poi estrae una fiaschetta di metallo dalla tasca interna e tracanna un lungo sorso. Mi strizza l'occhio, e poi se ne va, seguendo la muta di cani e gli altri cavalli. Lo trovarono svariati giorni dopo, ancora a cavallo, nella foresta al di la del lago. Era morto forse la notte stessa in cui era partito, ma per qualche bizzarro scherzo del destino è rimasto in sella. O forse è stato grazie al suo formidabile deretano, chissà."

"Grazie Alfred, ma il mio deretano al momento è ancora in ottima forma. E non bevo mai da fiaschette di metallo nascoste nella giacca, però grazie per avermi moralmente accostato ad un dissoluto, per quanto simpatico simpatico, beone."

"Era solo una storia così signorino, giusto per fare conversazione. Lungi da me..."
"Si si, certo, lungi da te lo so. Ma oggi non cambio idea, vado in studio e mi raccomando..."
"Naturalmente, nessuno verrà a disturbarla."
"Perfetto, e dì pure a Mathilda di preparare il mio tavolo nel salone, quello con le finestre che danno sul parco della villa. Dille di aprirle, voglio godermi il profumo dei tigli. Per cena desidero un semplice arrosto di cinghiale e una bottiglia di Montepulciano."
"Il salone, signorino?"
"Si Alfred, parlo arabo? Il salone, quello con le grandi finestre che..."
"Forse intende dire il soggiorno, quello col divano arancione dell'Ikea. Quello scomodo."
"Io.. non capisco. Cos'è 'Ikea'? Alfred, che stai dicendo?"
"E quando dice arrosto di cinghiale e Montepulciano, forse intende la pizza margherita surgelata, quella della coop, e la solita bottiglietta di birra, giusto?"
"Alfred, dannazione, basta con gli scherzi! Va da Mathilda e dille che... "
"Sono dolente, ma non credo di potermi muovere da qui, signorino Derek. Sono semplicemente un attaccapanni."
"Senti Alfred, non sono dell'umore per..."
"Non si preoccupi, stanchezza, alcol e penombra possono creare strane suggestioni, signorino Derek. Ma ora si svegli. Se posso permettermi, la doccia la faccia fredda questa volta."
"Daccordo Alfred. Adesso mi alzo. Grazie di tutto."
"Dovere signorino Derek, dovere."

giovedì 26 gennaio 2012

Ian McEwan - Sabato [non proprio una recensione ma...]

Ho finito il libro alcuni giorni fa, e al momento giace ancora sul comodino, in attesa del prossimo (Deaver o Ellroy?).

McEwan è un autore che ho conosciuto proprio attraverso questo romanzo... sulle prime ero orientato su Solar (l'ultimo uscito) ma poi mi sono consultato col portafoglio e  ho deciso a un po' a malincuore di orientarmi su una edizione economica di un suo romanzo precedente. Niente lussuosa copertina rigida insomma.

Perchè continuo a tenere quel libro sul comodino? E perchè continuo ad osservare quella copertina? Perchè non mi ero mai imbattuto in un libro simile prima d'ora.
Una storia fiacca, ambientata in un sobborgo di Londra, cronologicamente collocata in quel periodo che sta tra l'attacco alle torri gemelle e la decisione di invadere l'Iraq.

Il protagonista è un brillante neurochirurgo sui 50, che presenta sintomi di crisi di mezza età mixati ad un lieve disagio dovuto alla tesa situazione internazionale, al terrorismo, ai movimenti pacifisti che non condanna ma che allo stesso tempo non appoggia fino in fondo, eccetera, eccetera, eccetera...
Paturnie a parte, va detto che è ricco, gioca a squash, gira per le vie di londra con una Mercedes grande come un incrociatore, e ha una famiglia favolosa.
La moglie  giornalista di fama, innamoratissima del marito (e fanno splendidamente sesso ogni volta che si vedono, pare), il figlio è una giovane promessa della musica blues in procinto di partire per un viaggio di 15 mesi a New York - per studiare coi grandi, ovviamente - , la figlia che vive a parigi dove si è laureata in nonmmiricordo cosa e sta per pubblicare il suo libro di poesie per una famosa casa editrice, ed infine il nonno, un burbero ed illustre letterato d'altri tempi che vive in una sorta di castello in Francia assieme alla sua terza moglie.

Non viene anche voi istintivamente voglia di riempirli di legnate? No? A me si.

Io capisco che puoi, da autore, decidere che i protagonisti del tuo libro siano dei ricchi (che fa molto soap opera, ma lasciamo stare), ma il problema che questo quadretto familiare risulta essere quasi parodistico.
Impressione che viene amplificata quando incontriamo quelli che saranno gli altri personaggi della storia, balordi attaccabrighe della Londra più malfamata, dipinti non solo come ignoranti e violenti, ma anche brutti e stupidi.
Il contrasto tra la famiglia ricca e bella e piena di risorse e speranze, e i neds in cerca di soldi facili con un leader dall'aspetto scimmiesco e psicologicamente instabile a causa di una grave malattia neurodegenerativa, è talmente forte, talmente stridente, da sperare quasi che sia voluto. Forzato e voluto.
E poi c'è la trama. Una trama che pare andare in qualche direzione senza mai arrivarci, neppure alla fine, avvitandosi spesso in paragrafi tediosi e -obbiettivamente- inutili, dove McEwan si perde in minuziose descrizioni di interventi chirurgici, e disserzioni in campo musicale e letterario piene di tecnicismi da addetti ai lavori che nulla, ma proprio nulla aggiungono alla storia.

E allora perchè sto parlando di un libro che, rileggendo io stesso quello che ho appena scritto, nel migliore dei casi meriterebbe di stare non in libreria ma -come supporto- sotto quell'asse di truciolare che uso come temporaneo mobile-tv?

Perchè è scritto incredibilmente (per me che non conoscevo McEwan) bene, con una prosa scorrevole ed impeccabile. Frasi eleganti e mai "appesantite" da inutili orpelli, cesellate alla perfezione, capaci di racchiudere in tre parole quello che un autore meno esperto e raffinato avrebbe spiegato in tre righe.
Se posso muovere un solo, personale appunto sul suo modus scribendi, è che la sua perizia chirurgica nello scrivere e nello smembare emozioni per ricomporle sotto forma di parole e frasi, può risultare fredda, anche quando tratta di argomenti toccanti come la vecchiaia e la malattia. Leggere McEwan è come osservare situazioni e suggestioni attraverso l'occhio di un agente della CSI... ogni minimo gesto, ogni rapido pensiero viene frantumato e analizzato al microscopio.

Una capacità di analisi e una profondità invidiabili, che tradiscono l'esistenza di un cuore nel petto di questo "gelido, perfetto e cerebrale" McEwan, ma che non bastano per creare una storia avvincente, non bastano a rendere credibili personaggi e situazioni, e a far dimenticare quel finale che pare tratto da un manuale tardo-ottocentesco di antropologia criminale.
I ricchi, belli ed  intelligenti vincono su quei malviventi dall'aspetto goffo e animalesco,  gli ignoranti  rifiuti della società che hanno incrinato - per qualche pagina - la perfezione dorata della famiglia Perowne.
Il villain viene messo fuori gioco più dalla sua stessa malattia che dai due imbranatissimi uomini di casa,  e già questo non aiuta a rendere meno odiosi i buoni.
Ma il vero colpo di grazia alla storia, e forse anche al malvivente  che giace incosciente e piantonato da due poliziotti su un letto di ospedale , è lo stucchevole  perdono del capofamiglia, che decide di operarlo egli stesso, per ridare momentanea luce alla vita di un uomo inesorabilmente destinato all'oblio a causa della sua malattia neurodegenerativa.
Non bastava la vittoria sul piano fisico, la famiglia Perowne ha avuto anche la vittoria morale, dimostrando infine che, quantomento nella mente di McEwan, Lombroso aveva tutto sommato ragione.

Peccato Ian, scrivi in modo eccelso, molto meglio di  molti  autori ben più famosi (credo tra l'altro che tu abbia dato filo da torcere alla traduttrice),  e probabilmente un giorno mi verrà voglia di leggere qualcos'altro di tuo ma... al momento, con rammarico, credo passerò la mano.

“[...] Procedendo a passo d'uomo  verso le luci del Gypsy Corner, Henry abbassa il finestrino per godersi la scena fino in fondo: la pazienza bovina di un ingorgo, l'odore acre dei gas di scarico gelati, l'assordante catena di montaggio improduttiva disposta su sei linee quasi ferme in direzione est e ovest, il lampione giallo che sbiadisce il colore della carrozzeria, l'insistente rimbombo degli impianti stereo, e le code interminabili di luci rosse posteriori incolonnate verso il centro, e di luci bianche dei fanali in direzione opposta.
Si sforza di vedere, o meglio di percepire in termini storici questo specifico momento agli sgoccioli dell'era del petrolio, in cui un ritrovato del diciannovesimo secoloraggiunge livelli di massima perfezione nei primi anni del ventunesimo; in cui il benessere senza precedenti delle masse impegnate in giochi molto seri nella realtà spietata della metropoli moderna si manifesta in uno scenario che nessuna era passata avrebbe potuto immaginare. Gente comune! Fiumi di luce! Si sforza di vedere tutto ciò come sarebbe parso a Newton, o ai suoi contemporanei, Boyle, Hooke, Wren, Willis: quei curiosi geni dell'Illuminismo inglese che per una manciata d'anni custodirono nelle rispettive menti tutta la scienza del mondo [...]”

Ian McEwan – Sabato







sabato 17 dicembre 2011

Welcome



Eccomi, nella nuova "casa". In un certo senso. E in più di un senso.
Splinder se ne è andato, o sta per andarsene, mySpace langue in un pantano di "inusabilità" e di pesantezza privi di senso... quindi ho fatto i bagagli, con un po' di nostalgia.
Stacchi i quadri dai muri, e vedi l'alone giallognolo li, sulla parete bianca che una volta era tua e che non sarà mai più.

Da quanto tempo non mi sedevo a scrivere? Scrivere realmente intendo... mesi. E' stato impressionante riprendere in mano i miei vecchi blog, e rendermi conto di quanto abbia scritto negli anni passati, e quanto invece poco sia riuscito a mettere nero su bianco in questo 2011.
Se avessi avuto bisogno di altre conferme su quanto sia stato duro questo anno... beh, direi che questa basta e avanza.
Ho riletto parecchio di quello che ho scritto dal 2007 ad oggi, quasi sempre con una specie di sorriso sulle labbra. Mi riconosco ancora in quasi tutto quello che ho scritto.. mi chiedo solo se il Derek del 2007 riconoscerebbe me. Credo che per lui sarebbe come osservare se stesso attraverso un vetro rotto. Non mi piace né pensarlo né scriverlo, ma è così.

Mancano pochi giorni alla fine dell'anno, ho fatto trasloco, alcune cose sono cambiate, altre sono successe, altre sono rimaste quello che erano, e io cerco di lottare contro quel tappo emozionale che mi impedisce talvolta anche di essere sincero con me stesso, di dirmi come stanno realmente le cose.
Anche adesso... queste dannate dita incespicano sui tasti, non sono più abituato a dire le cose.
Avrei bisogno di uno scrollone, o di un bacio, o di entrambi assieme. O di uno psicologo, o di parecchio whiskey, o di un cielo ampio e azzurro e zeppo di nuvole, per ubriacarmi di ossigeno e profumo di pini marittimi e salsedine fino a perdere i sensi.

E in questo assurdo anno, interminabile ma che allo stesso tempo, letteralmente, mi sembra iniziato ieri, ci sono state notti strazianti dove avrei persino pregato dio, un dio qualunque per riuscire a dormire più di mezz'ora di fila. Risvegli grigi e giornate senza sapore, sorrisi che mi sforzavo di ricambiare per amore, credibili forse solo a metà.
E' febbraio, Sally si ammala, probabilmente l'epatite l'aveva colpita già lo scorso autunno, ma solo adesso i segni diventano evidenti. Accarezzo quella schiena ogni giorno più magra, lei mi guarda dritto negli occhi... quella timidona non l'aveva mai fatto prima. Chissà cosa vuole dirmi... Sta con noi ogni ora, ogni minuto, e noi con lei. Tutte le mattine entra silenziosa nella camera da letto, viene a svegliarmi, appoggia il grosso muso bianco sul cuscino e sbuffa col naso fino a quando non mi decido a coccolarla. Sta meglio, le medicine funzionano, finalmente.
Poi arrivano i profumi della primavera, i primi tepori, le giornate scivolano nella notte più tardi. Vedo quella ragazza  dalla pelle candida seduta al tavolo... sorseggia vino da un calice. La sua figura elegante e prorompente sprigiona una  vitalità contagiosa, una sensualità naturale e irresistibile. Il contrasto tra la durezza della sua lingua e la dolcezza della sua voce mi colpisce... ci scherzo un po' su, la faccio ridere, e mi assicura che non è colpa del vino mentre mi sorride di rimando con le labbra e con gli occhi.
Restiamo in contatto, la tecnologia aiuta, le risate diventano gioco, il gioco diventa intimità, mentre il limite si sposta sempre di più e le notti si accorciano. E' tutto quanto folle, lo sappiamo entrambi, ma giunti sul ciglio del burrone ci lanciamo.
Sally sembra stabile, chiedo ai miei di tenermi informato, tra qualche giorno sarò di nuovo in italia. L'aereo atterra sulla pista larga e grigia, vedo il terminal avvicinarsi, i tralicci metallici e le grandi vetrate brillano sotto un sole splendente e diverso, probabilmente a causa del differente parallelo.
Una cena imbarazzata, inciampiamo nel nostro inglese, le luci delle candele illuminano una cucina immersa nel caos, risate, il parquet chiaro e scricchiolante del soggiorno, un grande divano, lenzuola bordeaux, i libri, i mobili scuri, il tavolo di cristallo. Mi sveglio col rumore della pioggia che picchietta sui vetri delle grandi finestre, forse ottocentesche. Il suo corpo caldo abbracciato al mio, il suo respiro profondo, rilassato. Dorme di gusto, e sento la dolce pressione del suo seno contro il mio petto, mi godo il profumo dei lunghi capelli, ricci e ribelli, così poco teutonici -penso-, e la sensazione della la mia mano che accarezza la sua pelle liscia.
Di fronte alla bellezza del corpo di una donna, riesco a volte a pensare che un Dio possa esistere veramente.
L'estate finisce, ha il sapore dolce e malinconico di una follia che, nonostante i timori del dopo, andava vissuta. E sorrido pensando al monologo finale di Basta che funzioni, di Allen.
“Ecco perché non lo dirò mai abbastanza: qualunque amore riusciate a dare e ad avere, qualunque felicità riusciate a rubacchiare o a procurare, qualunque temporanea elargizione di grazia, basta che funzioni… ”.

L'estate si dissolve nell'autunno, e porta con se anche Sally.
Non riuscirò mai a dimenticare il suo ultimo respiro, quella  pancia rosa che si gonfia e si sgonfia poco a poco per l'ultima volta, i suoi occhi chiusi, l'espressione dolce del suo muso, l'odore di quell'alba stanca, e il rumore della pala che si conficca nel terreno bagnato.

Malinconia autunnale, spleen e umor nero, anche Baudelaire si toccherebbe le balle vedendomi. Il lavoro non aiuta, di giorno continuo a fingere di vendere case, di notte e nei weekend lavoro su tele digitali e pagine di codice. Nelle pause pranzo insegno. Riposo solo quando non riesco più fisicamente a procedere, non ho più energie.
Dovrei prendermi del tempo per me stesso - mi dico - e poi scoppio a ridere, perché non posso e mando affanculo tutto mentre cerco di prendere sonno, in vista di una nuova giornata popolata nel migliore dei casi da clienti squattrinati con manie di grandezza, nel peggiore da perditempo idioti.
Finalmente mi vengono pagati lavori arretrati, finalmente la camera da letto potrà passare dallo stato di effimera chimera a quello di realtà possibile.
Ikea e non solo, cacciaviti e brugole, montatori di armadi che sembrano terroristi islamici e che arrivano sotto casa con un Bedford bianco dell'ottantadue che mi ricorda per associazioni traslate Khomeini e l'Iran e i kalashnikov e i bazooka nascosti sotto i sedili e Rambo.
La casa è quasi finita, se iddio vuole. Terza volta che lo nomino nello stesso post, brutto segnale.
A novembre altri mobili, nuovi calli da cacciavite e martello, qualche litro di impregnante, e principio di intossicazione con vomito da solvente, perché sono un idiota, lo sanno anche quelli usciti da scuola radioelettra che quantomeno si aprono le finestre quando si fanno certi lavori, ma io non ci penso e poi fa freddo, cazzo.
Detergenti improvvisati fatti con birra e acquaragia, McGyver si rivolterebbe nella tomba. A una mente rilassata non verrebbe mai in mente di fare una cosa del genere, diciamolo.

E la mia mente chiaramente non lo è, a scapito delle apparenze... ma sono sempre stato un asso della dissimulazione. Non soffrissi di solletico sarei un'ottima spia.

Sto dissimulando anche adesso? Non lo so più.
Vado a letto, buonanotte (o buongiorno) a chi ha letto questo delirio e... benvenuti nella mia nuova casa. Vado a sparare alla luna.

Ossequi.
S.




martedì 5 aprile 2011

Cadere dentro un'alba

"L'alba ha una sua misteriosa grandezza che si compone d'un residuo di sogno e d'un principio di pensiero." (V. Hugo)

Mi sveglio in auto, di soprassalto, in preda alla sensazione di cadere. Pochi secondi per riprendermi, e mettere a fuoco dove mi trovo. Mi osservo attraverso lo specchio retrovisore, non devo aver dormito benissimo, a giudicare dalla faccia.
Freddo, e muscoli indolenziti... esco per respirare una boccata d'aria e sgranchirmi un po'.
Dal bosco di pioppi alla mia destra arriva un profumo buono, che si mescola un po' a quello della strada, ancora deserta all'alba.

Devo fare colazione, più avanti troverò di sicuro un bar aperto.

lunedì 14 marzo 2011

Stagioni diverse

Febbraio 2011
Circa l'una di notte, sulle labbra il sapore dell'unico bicchiere di liquore bevuto quella sera, eppure sento l'effetto dell'alcool nelle gambe e nelle braccia. L'auto percorre la tangenziale soprelevata a nord della città, sotto una pioggia sottile, quasi invisibile, che si trasfroma in nebbia quando si infrange sul cofano. L'autoradio è spenta, si sente solo il rumore del motore e quello dell'acqua schiacciata dai pneumatici.
Socchiudo il finestrino per sentire il profumo dell'aria bagnata, ma è satura di idrocarburi del petrolchimico. Non mi abituerò mai a questo puzzo, a questi veleni.
Sotto di me, quello che resta del quartiere artigianale, adesso ridotto a un semideserto di capannoni chiusi, con le erbacce che crescono nei piazzali e le insegne scolorite. Alla mia destra, male illuminato da quei pochi lampioni che ancora funzionano, un grosso edificio cubico, nero e lucido sotto la pioggia che cade sulle vetrate di quelli che pochi anni fa erano probabilmente gli uffici. E' tutto così desolante...
A meno di due chilometri, oltre il ponte, oltre il lago, la città è ancora splendida e illuminata da dolci luci calde. Auto lucide si spostano da un locale all'altro, piene di ragazzi sorridenti che indossano piumini all'ultima moda, e ragazze con minigonne e stivali al ginocchio. Ma qualcosa si è incrinato, lo si percepisce anche dove le ombre della periferia morente sembrano più lontane.
Qualcosa si è rotto.
La tangenziale è deserta, premo sull'acceleratore. Il battito cardiaco aumenta sensibilmente, sembra seguire l'angolazione della lancetta del contagiri. Potrei rilasciare la pressione sul pedale ma non lo faccio, e la lancetta sale ancora. Le mani strette sul volante, gli occhi fissi davanti a me, il rombo del motore, l'acqua che scroscia sul parabrezza, adesso il cuore batte forte.
L'auto scivola letteralmente sulla lastra di acqua sotto di me, e mi chiedo cosa succederebbe se frenassi ora, o se provassi a sterzare. Un minuto, forse due. Poi, un respiro profondo, sollevo poco a poco il piede destro, il battito cardiaco torna normale. Imbocco poco più avanti lo svincolo che mi porta verso casa, ho bisogno di dormire adesso.


Luglio 2006
Sulla strada che collega Malaga a Siviglia, un'auto presa a nolo. Pantaloni corti, una maglietta rossa, la pelle abbronzata e calda, occhiali da sole.
Il vecchio zaino Invicta buttato sui sedili posteriori, finestrino abbassato, una gamba fuori. L'aria profuma di terra bruciata dal sole e uliveti. Oggi non tocca a me guidare, il mio unico compito è quello di scegliere il cd giusto da mettere nel lettore, ed eventualmente aprire qualche birra.
Il fascino del deserto andaluso è indescrivibile. Il cielo azzurro e terso si infrange contro la terra brulla, contro le strane formazioni rocciose disegnate dal vento, contro il verde scuro dei futteti e degli alberi d'ulivo, contro i muri bianchi di antiche case padronali, basse, larghe e solide, coi tetti piatti sostenuti da travi di legno scuro, e gli enormi pickup parcheggiati nella penombra di un pergolato o sotto una pianta.
Nessuna preoccupazione al di fuori del decidere dove ceneremo quella sera. Cerco tra i cd... avrei potuto tirare fuori qualcosa di drammaticamente a tema, come un disco degli Eagles, dei Calexico o di JJ Cale, e invece scelgo Something wicked this way comes degli Iced Earth, e lo inserisco nel lettore, non immaginando che per sempre quelle cavalcate rimarranno impresse nella mia mente con i colori di quel deserto e di quel cielo.
Ci sono momenti in cui tutto è, o sembra essere, perfetto, come se ogni granello di polvere, ogni molecola, ogni atomo dell'universo che ci circonda fosse esattamente dove deve essere, e quel momento l'ho riconosciuto nello stesso istante in cui lo stavo respirando.

lunedì 7 febbraio 2011

Dröm

Ed io essendo povero ho solo i miei sogni e i miei sogni ho steso ai tuoi piedi. Cammina leggera perché stai camminando sui miei sogni. (Yeats)

Era mattino presto, albeggiava, ed ero seduto al tavolo di una vecchia locanda. Il pavimento era fatto di assi di legno, consunte e cigolanti sotto i passi dei pescatori al ritorno dalla battuta mattutina.
Erano tutti giovani uomini, enormi, con sorrisi sinceri seminascosti dalle barbe bionde, berretti di lana calati quasi fin sopra occhi sereni e soddisfatti, nonostante la stanchezza.
Parlavano una lingua che non capivo, forse era svedese, e scherzavano con la donna che dall'altro lato del bancone sorrideva e porgeva a loro enormi tazze di caffè fumante.
Attorno a me, tavoli rotondi di legno scuro e antico come quello del bancone, e le semplici robuste sedie accatastate sopra di essi. Dalle finestre del locale entrava una malinconica luce grigia, sui vetri le prime goccie di pioggia, e all'orizzonte il mare, ancora più grigio e striato della schiuma delle onde. In lontananza, navi cargo.
Davanti a me una grande tazza di caffè nero, e dall'altro lato del tavolo una ragazza dai lineamenti dolci. Aveva gli occhi azzurri, i capelli biondo cenere, lunghi e mossi, e teneva tra le mani un quaderno rilegato in pelle.
Era incinta, aspettava una bambina. Sfogliava con me le pagine di questo diario, pieno dei pensieri scritti con una biro blu, in una calligrafia tonda ed elegante, e c'erano disegni colorati di fiori e farfalle, e sorrideva, e gli occhi le brillavano di un amore che forse non avevo mai visto in vita mia, o riconosciuto.
Era un regalo, per sua figlia. Voleva che un giorno potesse leggere tutto ciò che era stata sua mamma in quei 9 mesi in cui l'ha cresciuta nel proprio ventre, e mentre mi raccontava queste cose io tenevo stretta la tazza di caffè bollente tra le mani, quasi fino a farmi male, per riuscire a non commuovermi di fronte a lei, soverchiato dalla purezza del suo cuore, e da una strana, inspiegabile malinconia che cresceva tanto più la osservavo, radiosa, mentre sfogliava quelle pagine.

Esterno giorno, primavera, sole, un grande tavolo imbandito all'aperto nel cortile di una vecchia latteria. Il cancello, poi la strada, poco trafficata, grigia e piena di buchi, e poi campagna, tutto attorno a noi. Avevo finito di pranzare, e avevo deciso di fare una passeggiata attorno alla grande costruzione di cemento armato dove vengono stipate le forme di formaggio. Lontano dal tavolo, il silenzio sembrava quasi innaturale, spezzato solo dal frinire delle cicale. Mi ero accorto che il sole stava già calando, ed era strano... solo pochi minuti prima era pieno pomeriggio. Mi avvicino ad un fabbricato che ricordava un grosso garage, e scorgo all'interno alcuni dipendenti della latteria. Stranieri, carnagione scura, rasati, folte barbe nere. Sembravano seccati dalla mia presenza, uno di loro copre con un telo quello che stavano osservando prima che arrivassi. Una cassa di legno, di quelle che vengono imbarcate via aereo. Mi accorgo che uno di loro ha in mano una spranga di ferro, e fa per muoversi nella mia direzione. Nessuno degli altri lo ferma, e dopo alcuni passi inizia a correre verso di me brandendo quell'arma improvvisata. Scivolo sulla ghiaia mentre cerco di girarmi, con la coda dell'occhio vedo che anche gli altri si stanno muovendo. Imbracciano quelle che sembrano armi automatiche leggere, un paio di loro indossano maschere antigas. Corro più veloce che posso, raggiungo il tavolo ancora imbandito mentre la sera mi rovina addosso tutta in un colpo. Urlo a squarciagola agli altri di scappare, mi guardano con espressioni interrogative fino a quando si accorgono dei miei inseguitori. Iniziano a correre tutti verso il cancello d'ingresso, sento degli spari, hanno fatto saltare le luci che illuminavano lo spazio antistante la latteria, e piombiamo tutti in un buio pesto, non si vede più nulla. Urla alle nostre spalle, in arabo, altri spari, le pallottole mi fischiano attorno, alcune si conficcano negli alberi con umore sordo. Mi giro, hanno vessilli infuocati, che illuminano di giallo e di rosso le loro maschere antigas. Ora le indossano tutti. Il granoturco sull'altro lato della strada è alto, mi infilo a velocità folle tra i fusti con il cuore in gola, mentre dietro di me sento cani che abbaiano rabbiosi, neri (lo so), e feroci.

Dovevo solo fare colazione con un caro amico, che era tornato in Italia da Londra per qualche giorno, attorno alle feste di Natale. Mi manda un sms: "Dai, raggiungici al bar vicino alla stazione di servizio". Era tardi, quasi ora di pranzo, ma assicuro mia mamma che sarebbe stata una cosa veloce, giusto un cappuccio e una brioche con Luca e Alessandro. Salgo in macchina e imbocco la strada provinciale che porta al bar. Ma il cielo era innaturalmente azzurro e brillante, e quella che doveva essere una piattissima, normalissima strada provinciale della pianura padana si alza, sempre di più, e diventa un enorme infinito ponte sospeso. Quasi ma manca il respiro nel salire su questo ponte inaspettato, un po' come quando sull'ottovolante di Gardaland sali sali, e tutto la sotto diventa sempre più piccolo.
Anche le nuvole sono diverse, bianche come panna, e con quella caratteristica forma "oceanica"... piatte sotto, gonfie e altissime sopra. Scendo da questo ponte e scopro che fa parte di un gigantesco reticolo di strade e incroci sovrapposti, architetture stradali folli, simili a quelle che si possono vedere alle porte delle grandi città americane. E a tutti gli effetti, non potevo decisamente trovarmi a soli 2 km da casa... alla mia sinistra c'era l'oceano, mentre alla mia destra, oltre al parcheggio circondato da alte palme e un prato curatissimo, Luca ed Alessandro mi aspettavano seduti sotto un grande ombrellone color panna, al tavolino del famoso "bar vicino alla stazione di servizio". Stazione di servizio che non ho visto, ma ero troppo inebetito da tutto quello splendore verde e azzurro e bianco per farmene un problema.

Fa caldo sulla spiaggia semideserta. Lo sciabordio del mare si mescola al canto dei gabbiani in lontananza, e il vento è giallo di sole e dolce. E' coricata di fianco a me, sonnecchia serena. L'ultimo bagno le ha tolto la crema solare, e mi sono offerto di darle una mano a spalmarsela di nuovo, almeno sulla schiena, suvvia. Ha sbuffato poco convinta e poi mi ha lasciato fare, sorridendo un po'. Le scosto i lunghi capelli, qualche goccia di crema e poi e lascio scorrere le mie mani sulla sua schiena. Delicatamente le slaccio il reggiseno, facendo cadere i laccetti ai lati. Mi chiedo se stia realmente dormendo o se fa solo finta. Sorridendo, resisto alla tentazione di darle un bacio sul segno rosso lasciato dal gancetto, e di morderle piano quel collo esile ed elegante. E' splendida e fatico a distogliere lo sguardo da lei, dalla sua pelle, dalla curva dei seni che si scorge sul fianco.
Allora guardo la collina di fronte a me, selvaggia e rigogliosa, col verde delle piante e l'azzurro del cielo sbiaditi dalla foschia estiva, umida e calda. E' proprio necessario svegliarsi?

giovedì 23 dicembre 2010

Le luci della vigilia [racconto]

Il vecchio si era appisolato, nell'atrio di ingresso. Gli capitava spesso di appisolarsi di pomeriggio, in particolare da quando aveva dovuto abbandonare la sua dimora per trasferirsi in quella casa di riposo.
Non era un gran che, ma era stata costruita sul cucuzzolo di una delle colline ad ovest della città, e dalla grande finestra della sala da pranzo si dominava tutta la vallata. Era una cosa che gli riempiva il cuore, tutto quel verde, tutto quel cielo azzurro, e le piccole -da quella distanza naturalmente- auto che correvano su e giù per le stradine color antracite che si snodavano tra gli alberi. Avrebbe voluto potersi buttare in tutta quella vita ancora una volta, ma sapeva che non sarebbe stato possibile. Non aveva figli, e i parenti più stretti abitavano a chilometri e chilometri di distanza. Nessuno l'avrebbe portato fuori di li, però gli piaceva guardare il mondo da quella finestra.

Quello era il pomeriggio della vigilia di Natale, e le inservienti avevano insistito perchè si lasciasse vestire da Babbo Natale. L'atrio era tutto addobbato a festa, l'albero di Natale era grande, bello e pieno di luci scintillanti. Sotto c'erano i regali che i figli e i nipoti avevano portato ai loro nonni i giorni addietro, con la promessa che non sarebbero stati aperti prima della vigilia. L'aria puzzava come sempre di ammoniaca e di detergente, ma quel giorno si respirava un'atmosfera dolce e diversa. Alla fine, aveva ceduto.

Per tutto il pomeriggio aveva dato il benvenuto alle famiglie in visita ai loro cari, ridendo e giocando con i bimbi più piccoli. Non era la prima volta, ma gli sembrava sempre strano vedere questi vecchietti aprire i pacchi, agitati come se avessero ancora sei o sette anni. Era strano, tuttavia lo capiva benissimo.

Alle sei del pomeriggio l'ultima famiglia se ne era andata, portando con se la nonna per la cenone della vigilia e per il pranzo di Natale del giorno dopo. Chissà, forse avrebbero anche giocato a tombola.

Stremato dalla giornata, il vecchio si era infine addormentato sulla sua sedia, ancora vestito da babbo Natale. Si svegliò non molto dopo, potevano essere passate non più di un paio d'ore, ma sembrava fosse ormai notte. Le inservienti se ne erano andate tutte, ansiose di raggiungere le loro famiglie per la cena, e avevano spento i neon dell'atrio, che ora era illuminato solo dalla luce calda e intermittente che arrivava dagli addobbi.

Il tepore, gli infissi in legno, il buio la fuori, e la luce che gli ricordava quella delle candele, lo riportarono istantaneamente a una notte di tanti anni fa.

Era seduto di fronte ad una bellissima ragazza, stavano cenando. Strano, non ricordava neppure il titolo dell'ultimo libro che aveva letto, ma ricordava benissimo ogni dettaglio di lei. Forse perchè raramente gli era capitato di provare quello che provava per quella ragazza. Anzi, forse mai. Riusciva a ricordare il colore della sua pelle, come miele alla luce della candela sul tavolo, il profumo dei suoi capelli e quanto perfettamente le incorniciassero il viso, il modo in cui muoveva le labbra quando parlava, quando rideva, quando solo faceva le smorfie. Ricordava i suoi occhi, nei quali cercava sempre di non perdersi, senza riuscirci, e il suono della sua voce, l'unica cosa che riuscisse a lenire in qualche inspiagabile modo le sue ferite. Era innamorato della purezza, non riusciva a trovare una parola più adatta, del suo cuore, limpido e tagliente ma allo stesso tempo caldo e profondo e ricco di tutte quelle sfumature che lo trasformavano in un grande, bellissimo arazzo impetuoso e dolce.

Folle che tutte quelle sensazioni potessero passare da uno sguardo, un abbraccio, uno sfiorarsi di pelle. Ma il cuore del vecchio è sempre stato folle.

E ora guardava fuori dalla finestra, le luci della città nella valle brillavano. Chissà dov'è adesso, si chiedeva. Gli piaceva immaginarla accucciata in una grande calda poltrona, intenta a leggere un nuovo, bellissimo libro.

sabato 31 luglio 2010

Simulacri

La bottiglia è finita
era l'ultima
sapore acido nella bocca
la pioggia si abbatte violenta sui vetri, da ore ormai

la pistola è sul tavolo
uccidere... non è il termine giusto, non credo
eppure continuo a rimandare
perchè?

la fuori è pieno di simulacri
distinguerli... ormai è semplice
non mi servono neppure le prove,
anche se alla centrale dicono di si

mi basta eliminarne uno,
aveva ingannato anche me
le sue sembianze confondono
le sue parole corrompono

eppure non riesco ancora
a puntare
l'arma
al suo petto

apro la finestra
vento ghiacciato e fetido
acuminate gocce di pioggia
come spilli attraverso la pelle

indosso la giacca
prendo l'arma, carica
devo farlo
è così che deve essere

un simulacro
è un ammasso di ferraglia e tessuti molli
è un costrutto digitale e mentale
è un freddo incubo sotto mentite spoglie

esco dalla porta,
sapendo che questa volta la mano non tremerà
sapendo che ne arriveranno altri
ma a quel punto, saprò come fare





Deckard?

mercoledì 5 maggio 2010

L'alba

Una serata passata sulla spiaggia, c'era una festa, c'erano fiaccole e gente che rideva. Il ricordo sta già sbiadendo, e sono passate solo poche ore.
La camera squallida di un vecchio hotel, la luce giallognola dell'abat-jour, il letto ancora sfatto dal pomeriggio. Non ricordo neanche più il suo nome, ma che importa, forse neppure me l'aveva detto. Sono seduto davanti ad un vecchio scrittoio, residui di sabbia ancora tra le dita dei piedi, indeciso se farlo di nuovo, o meno.
Ma in realtà la decisione l'avevo già presa quando sono montato in auto per venire fino a qui, anche se ancora non sapevo dove sarebbe esattamente stato, il qui. Sapevo solo che volevo il mare.
Vado alla finestra, e la apro. Da qui si sentono le onde, ho scelto questa topaia proprio per questo motivo. Le dita tremano attorno al tappo nero, il solito miscuglio di terrore ed eccitazione, sono secondi che sembrano durare secoli, ma in realtà è questione di pochi minuti. Il liquido scende giù per la gola, brucia, e contemporaneamente lo sento insinuarsi nel mio cervello, stringendolo prima come una morsa, e facendolo poi esplodere in mille scintille luminose. Ogni volta il cortocircuito è più forte, un giorno mi sarà fatale lo so, ma non mi importa più nulla da mesi ormai.
Riesco a fatica a raggiungere il letto, mi corico sulle lenzuola ancora madide del sudore del pomeriggio, e nel momento esatto in cui la testa sfiora il cuscino vengo investito da un turbine di sabbia digitale, grigia e finissima, interferenze elettrostatiche invadono il mio campo visivo, e il mondo attorno a me si squarcia. Nuvole color piombo scorrono velocissime sopra di me, mentre a piedi nudi sulla spiaggia mi avvicino al molo. Le onde si infrangono rabbiose sulle assi di legno nero, e il vento denso di sabbia mi rende difficile respirare, come se stessi avendo una terribile crisi d'asma.
C'è un vecchio aborigeno, in piedi, in fondo al pontile. Indossa un frac elegante, di una o due taglie più grandi della sua, e tiene in mano dei fogli, all'altezza del petto. Mi sorride, e quando mi avvicino inizia a far scorrere questi fogli, uno dopo l'altro.
"Perchè sei qui?" recita il primo foglio. Provo a rispondere, ma la mia voce viene igoiata dal frastuono del vento e delle onde. Il secondo foglio dice "Tempo". Il vecchio mi sorride, ma è un sorriso triste, malinconico. Negli altri fogli vedo un funerale, io che piango, ho i capelli grigi. E capisco, mentre una fitta di dolore mi attraversa il costato. Vedo una vecchia casa, abbandonata. Il prato dove da piccolo giocavo con i mei fratelli invaso da erbacce e vecchi pneumatici bruciati. Il dolore al costato si fa ancora più forte, insopportabile. Poi vedo una foto di mia nonna, che mi tiene in braccio orgogliosa. Avrò avuto 2 anni. Non ce la faccio, cado sulle mie ginocchia, e mentre le mie unghie si aggrappano alle assi fradice inizio a piangere. Sento la mano del vecchio sulla spalla, è un tocco lieve e allo stesso tempo tremendamente forte. Sull'ultimo foglio c'è scritto Ama. "E' l'unica cosa che conta veramente", mi dice, prima di andarsene.

Mi sveglio, ancora tremante... le lacrime hanno il sapore salato del mare. Scendo le scale, è l'alba. Uno degli inservienti dell'hotel mi saluta, mentre esco a guardare il sole. E' ora di tornare a casa.

venerdì 22 gennaio 2010

Stream of (sub)consciousness

L'aria sa di primavera, dalle finestre entra il profumo di prato tagliato di fresco. Sono sudato, stanco ma carico come se fossi appena rientrato da un lungo giro in bicicletta per le strade della mia campagna. C'è anche musica nell'aria, viene dal salotto. A casa mia c'è sempre musica, nessuno riesce a farne a meno. Quando c'è silenzio, significa che c'è qualcosa che non va, ma non adesso. Mi sembra "Tequila sunrise" degli Eagles.
Sta arrivando il tramonto, ho cenato sotto il portico davanti al giardino, ed è già sera. Fa ancora caldo e ci sono stelle... vado dietro casa per vederle meglio, cercare qualche stella cadente e godermi la via lattea. Alcuni uccelli notturni cantano. Chiudo gli occhi dentro il sogno e si apre un altro sogno.
Sono in una specie di confortevole limbo nero. Non buio, mi inquieterebbe: è semplicemente nero. Sono in piedi di fronte ad una cornice ovale, sospesa a poco più di un metro da terra. E' dorata e vagamente barocca, senza tela. Dall'altra parte della cornice, una bellissima ragazza mi sorride. E nuda, o lo è per lo meno fino all'altezza della vita, dove termina l'ovale inferiore della cornice. E il suo sorriso sembra diventare più divertito quando nota il mio imbarazzo. Mi imbarazzo anche quando sogno*. Non dice nulla, sta li e mi sorride. Provo a fingermi indifferente ma la verità è che ne sono letteralmente rapito... rapito dal contrasto tra sua pelle candida e i capelli corvini, rapito dal suo viso, rapito dalle curve dei suoi seni, rapito da lei, e il cuore è tutto un pulsare assordante e infuocato che non riesco a fermare. I miei occhi nei suoi, i suoi nei miei.
Mi sveglio di nuovo e sono nei giardini del vecchio ospedale della città. Antiche costruzioni ottocentesche, di pietra scura e mattoni rossi (vagamente british). L'ospedale nuovo, nel sogno, non è ancora stato costruito. Alberi secolari e rampicanti ovunque, non ci sono auto parcheggiate e sembra non esserci nessuno oltre a me. Sono solo, e mi sto recando a quello che dovrebbe essere il reparto di pneumologia per un controllo. Pare quasi di trovarsi in un racconto di Lovecraft. Le finestre dei palazzi attorno a me sembrano osservarmi e non mi piace. Sto camminando sotto un lungo portico colonnato, quando mi accorgo di respirare a fatica, sempre più. Il petto quasi mi brucia e provo ad inspirare, ma è come se i polmoni fossero diventati grossi come palloncini... l'aria che respiro non mi basta. Mi appoggio ad una colonna piena di crepe, mi siedo... vorrei chiamare aiuto ma non posso. Chiudo gli occhi, sono certo di morire per davvero questa volta. Ho sempre sottovalutato i problemi di asma che ho, e ora ne faccio le spese. Mi accascio.
Ma mi sveglio di nuovo, e adesso respiro. A pieni polmoni! Sto camminando assieme alla mia famiglia su una sorta di lungomare. Siamo tutti felici, ridiamo e scherziamo. Oltre la ringhiera metallica, invece del mare, una sconfinata distesa ghiacciata che riflette la luce del sole e l'azzurro del cielo terso. In fondo all'orizzonte, la baia di New York. Non vedo la statua della libertà ma riconosco la skyline. Chiedo a mio fratello il binocolo, e cerco l'Empire State Building. Lo trovo e inizio a ridere come un bambino. E' bellissimo, anche così piccolo, traballante attraverso le lenti del binocolo, esattamente come lo immaginavo eppure così diverso, maestoso ed elegante, nella nebbiolina azzurrognola e luminosa di questa mattina d'inverno.
E poi mi sono svegliato, davvero questa volta.

* sono un pirla.

[Sono solamente alcuni sogni...]

giovedì 24 dicembre 2009

Ghiaccio

Queste cose mi capitano spesso quando sono stressato... devono essere i neuroni che cortocircuitano, o qualcosa del genere.
Questa mattina, verso le 11, mi trovavo nel parcheggio del nuovo studio. Stavo per salire in auto, ma mi sono fermato per qualche secondo con la portiera aperta, un piede dentro e il braccio appoggiato sul tetto, per gustarmi la campagna innevata davanti a me. Candida sotto un cielo finalmente azzurro... quell'azzurro pulito e intenso che hanno i cieli in primavera.
Parcheggiato poco più in la c'era un furgone per il trasporto di alimenti con i portelloni posteriori aperti. Un ragazzo stava armeggiando con delle grosse casse di legno chiaro, non ho capito se le stava caricando o scaricando ma non importa. Era baccalà: anche a dieci metri di distanza sentivo chiaramente quell'odore familiare, aspro, pungente e salato.
Poi è partito il cortocircuito. Il cielo era sempre azzurro, ma io ero appoggiato con le mani nude ad una staccionata di legno ruvido. Sotto i miei piedi erba e qualche rimasuglio di neve ghiacciata, e davanti a me un mare gelido e placido che rifletteva i colori del cielo in una tonalità più scura e profonda. Oltre il mare, montagne innevate o forse iceberg. Il profumo dell'aria sapeva di ghiaccio e salsedine. Al largo, c'era una nave con lo scafo rosso. Hanno sempre lo scafo rosso da quelle parti. Con la coda dell'occhio, alla mia destra, vidi quella che doveva essere una rimessa per piccole imbarcazioni, o forse una casa.
Era rossa, con il tetto spiovente color ardesia, e le porte e le finestre bianche.
Ho pensato che sembrava una di quelle casette che costruivo da piccolo con i lego. E mentre finivo di formulare questo pensiero, ero già tornato al parcheggio.

ghiaccio